bill evans trio – portrait in jazz –

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nel pianoforte jazz c’è un prima bill evans e un dopo bill evans… il pianoforte con questo artista sublime, intellettuale, fragile, sensibile, muta e diventa grande ed il salto di qualità viene colto anche dagli altri elementi del trio, contrabbasso e batteria, qui rispettivamente due altri geniali improvvisatori quali scott lafaro e paul motian… che meraviglioso, unico, magico  interplay!

titolo del disco: portrait in jazz

musicisti: bill evans, scott lafaro, paul motian

tracce:

1 Come Rain Or Come Shine

Written-By – Arlen*, Mercer*

3:20
2 Autumn Leaves

Written-By – Prevert*, Mercer*, Kosma*

5:59
3 Autumn Leaves (Mono)

Written-By – Prevert*, Mercer*, Kosma*

5:24
4 Witchcraft

Written-By – Leigh*, Coleman*

4:35
5 When I Fall In Love

Written-By – Heyman*, Young*

4:55
6 Peri’s Scope

Written-By – Bill Evans

3:15
7 What Is This Thing Called Love?

Written-By – Cole Porter

4:36
8 Spring Is Here

Written-By – Hart*, Rodgers*

5:07
9 Someday My Prince Will Come

Written-By – Churchill*, Morey*

4:55
10 Blue In Green (Take 3)

Written-By – Miles Davis

5:26
11 Blue In Green (Take 2)

Written-By – Miles Davis

4:29

Recorded in New York; December 28, 1959.
Engineered at Reeves Sound Studios.
Digital Remastering, 1987; Fantasy Studios, Berkeley.
AAD Stereo (Track 3: Monaural)
Tracks 3 and 11 are additional bonus tracks not on original LP.

casa discografica: riverside

anno: 1959

allora… quando sono sereno e gioioso, spesso metto sul piatto del giradischi un bel disco di bill evans, perchè mi rilassa e mi fa fantasticare con estrema classe e stile, perchè nella sua estetica non ci sono fortissimi sconvolgenti, dissonanze eccessive ed inutili, tutto si svolge con delicatezza e leggiadria, purezza e incantata bellezza… e poi c’è una dose di leggera malinconia che mi travolge… così stavolta vi voglio parlare di un disco epocale e rivoluzionario, appunto portrait in jazz, pubblicato nel 1960, disco meravigliosamente poetico e perfetto…

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bill è un musicista unico nel suo genere, il suo tocco delicatissimo e limpido è subito riconoscibile, non si può accostarlo a nessuna scuola del ‘900 jazz, eppure ha reso possibile tutta una serie di “allievi” quali corea, hancock, jarrett, bley, kuhn, petrucciani, pieranunzi e tantissimi altri, che l’hanno ammirato profondamente e l’hanno preso come punto di riferimento estetico…

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da sinistra: lafaro, evans, motian

il trio di evans lavora assieme per poco più di un anno, registra solo 4 titoli, tutti capolavori, poi lafaro muore in un incidente stradale e bill entra in crisi, non potendo più suonare per diversi mesi… il pianista è introverso e talvolta arrovellato e cupo, lafaro è gioioso e sicuro del suo talento, i 2 sono esattamente agli antipodi, ma questi contrasti netti generano una delle formazioni migliori nella storia del jazz…

tutto è delicato e soave, persino la batteria di motian, sottolinea il fluire musicale con un leggiadro attrito delle spazzole e finissimi fruscii dei piatti, in un continuo interplay tra i 3 che lascia stupefatti ed ammirati… la sezione ritmica non accompagna solamente: è un inestricabile e continuo gioco di scambi e combinazioni ombreggiate, un gioco di colori pastello, di complesse armonie pianistiche e delicate stratificazioni, imitazioni e scambi di ruolo…

quello che mi fa impazzire di bill è il senso della melodia, una colata stupenda di lirismo, che sgorga con implacabile semplicità… semplicità e dietro, in un angolo, un sentore di tristezza a volte fa capolino nella ballad, stupende oasi di placide, intime melodie di marmo…

scrive miles davis: “bill portò con sè una grande conoscenza della musica classica, gente come rachmaninov e ravel. fu lui a dirmi di ascoltare il pianista italiano arturo michelangeli, io lo ascoltai e mi innamorai del suo modo di suonare. al pianoforte, bill aveva dentro un fuoco silenzioso che mi piaceva moltissimo. col suo approccio allo strumento, il suono che tirava fuori sembrava fatto di note di cristallo, come una cascata che veniva giù da qualche sorgente limpida”.

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è significativo pure il fatto che bill evans rivoluzioni il trio jazz reinterpretando gli standard della canzone americana, non utilizzando composizioni estemporanee… come capita sovente la tradizione è necessaria alle menti più aperte ed innovative per creare qualcosa di completamente nuovo e bello…

anche la foto del disco è esemplare: evans è colto in un abito elegante, con occhiali da intellettuale, immerso nei suoi pensieri è serio, il suo sguardo perso nel vuoto, tendente al triste… la sua personalità è tutta in questa foto, anche quel distruttivo sentimento interiore che lo farà avvicinare all’uso dell’eroina…

il primo pezzo è come rain or come shine, standard del 1946, il tempo è abbastanza lento, lafaro e motian sono in secondo piano, accompagnano con discrezione un bill evans che riempie tutto lo spazio musicale con le sue infinite variazioni armoniche… il secondo brano autumn leaves, canzone francese del 1945permette a lafaro di eseguire un assolo strepitoso che spezza la consuetudine del grande strumento a corde nel jazz, ponendolo al pari del pianoforte… la complessità del dialogo tra i tre è altissima, fuori dalla norma…

when i fall in love è una lenta ballata in cui bill è un vero maestro delle armonie e peri’s scope è al contrario uno dei pezzi originali più allegri del pianista americano, uno scherzo leggero… what is this thing called love? è un brano del 1929 di porter, qui affrontato con un virtuosismo eccellente, mentre il pezzo seguente spring is here è una classica e densa ballad, di tormentato lirismo… someday my prince will come deriva dal cartone animato “biancaneve e i sette nani” ed è un piccolo valzer in tre quarti, un tempo particolarmente congeniale a bill evans, che amò moltissimo lungo tutta la sua lunga carriera… infine blue in green, scritta a quattro mani con miles davis, in cui evans si permette di sfoggiare un’intricata e sognante struttura armonica, simile a quelle usate dai compositori classici impressionisti (debussy, faurè…)…

registrazione eccellente,

buon ascolto.

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