tchaikovsky – sinfonia 5 in mi minore op.64 –

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completata nel 1888 da un tchaikovsky sull’orlo di una profonda crisi di nervi (” scivolavo ineluttabilmente lungo una gigantesca roccia che sprofondava in mare…”), la quinta sinfonia è intrisa di sapido lirismo e sensualmente provocante, lasciva, persino nei suoi toni cupi e disperati…

titolo: sinfonia numero cinque in mi minore op.64

autore: petr Il’ic cajkovskij

Peter Ilich Tschaikovsky Seated

tracce:

1- andante – allegro con anima 13:45

2- andante cantabile, con alcuna licenza 12:21

3- allegro moderato 5:22

4- andante maestoso – allegro vivace 11:20

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organico orchestrale: ottavino, 3 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, archi

direttore: mariss jansons

orchestra: oslo philarmonic orchestra

casa discografica: chandos

anno: 1984

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composta ad una velocità supersonica e tra sentimenti spaventosamente altalenanti e discordanti, una sorta di normale e prolifica schizofrenia d’autore, la sinfonia 5 è uno dei punti più alti di cajkovskij, una delle composizioni più note e compiutamente personali, una delle opere che più amo e mi affascinano…

cajkovskij è e rimane per tutta la vita un “bambino di vetro”, creatura fragile ed introversa, nevrotica ed ossessiva, in equilibrio precario tra trasgressione e repressione (si pensi alla sua sessualità tenuta nascosta da un matrimonio di facciata) e la sua musica ne è diretta espressione: il pathos sovrabbondante, la sensualità di molti suoi passaggi sinfonici, il lirismo grasso che sfocia nel sentimentalismo più acceso ed eccessivo, tutto ciò mostra una sensibilità amplificata, dove ogni sensazione, dalla positiva a quella negativa, vengono enfatizzate, deflagrando in uno stile unico, inimitabile, personalissimo…

scrive stravinskij, che amava molto cajkovskij: “(…)Gli si rimprovera di essere volgare. Mi sembra che la volgarità consista soprattutto in ciò che non è al posto giusto. Ora, l’arte di Cajkovskij, dato che è priva di pretese, non può cadere in questo difetto. L’accento delle canzoni operaie o il profumo dei boudoirs del 1882 che vi affiorano qua e là appaiono più ridicoli che scandalosi. Il suo patetismo è una necessità naturale che si può non amare, ma che non aspira a diventare un ideale artistico e di conseguenza non altera l’orientamento generale della sua arte (…)”…

la sinfonia 5 ha un grande successo di pubblico alla sua prima esecuzione, ma non di critica, infatti viene aspramente e duramente attaccata… il fatto riporta nello sconforto e nella depressione il russo che scrive alla sua amica von Meck: “(…)Dopo aver diretto la mia nuova Sinfonia, due volte a Pietroburgo e una volta a Praga, mi sono persuaso che è mal riuscita. C’è in questa musica qualcosa di sgradevole, una certa diversità di colori, una certa insincerità, un certo artificio. Pur senza rendersene conto, il pubblico lo ha percepito.

Ho chiaramente avvertito che i consensi e gli applausi andavano in realtà alle mie composizioni precedenti e che questa Sinfonia non riusciva a piacere: una constatazione che mi procura un cocente dolore e una profonda insoddisfazione di me stesso (…)”… probabilmente i sentimenti così esasperati, che si percepiscono all’ascolto, creano una profonda inquietudine, facilmente percepibile anche nell’acceso, fragoroso, infuocato finale…

esiste una sorta di programma della sinfonia, che però cajkovskij ha voluto tenere segreto: l’introduzione “totale sottomissione davanti al Fato – oppure, il che è lo stesso, agli imperscrutabili disegni della Provvidenza”. per il primo movimento: “1. mormorii, dubbi, lamenti e rimproveri contro XXX. 2, posso gettare me stesso nelle braccia della fede? Un meraviglioso programma, se soltanto fosse possibile realizzarlo”.

in realtà il pessimismo è abbastanza netto nel primo e secondo movimento, poi col terzo e quarto l’atmosfera cambia notevolmente, sino agli squilli di tromba finali… l’opera è praticamente spaccata in due parti, come se la tendenza all’autolesionismo, evidente nella futura sesta, qui fosse stata stemperata dalla struttura classica della forma sinfonia, sono infatti di quegli anni i contatti contraddittori con brahms e la cultura tedesca…

il primo movimento incomincia col tema del fato che lo introduce, esposto da archi gravi, clarinetti e fagotti, un tema cupissimo, senza speranza, affossato nelle tenebre, “una completa rassegnazione di fronte al destino”… questo tema lega ciclicamente tutte e quattro le parti della sinfonia…. temi danzanti e patetici si susseguono sino al finale anch’esso buio e rapidamente conclusivo…

poi nel secondo movimento andante cantabile uno di quei meravigliosi temi pieni di slancio del russo, dopo una introduzione lenta ascendente dalle tenebre del primo tempo, con i corni dolcissimi e pieni di pietas… si riaffaccia il tema del destino in fortissimo, con ottoni potentissimi e laceranti…. l’andante si spegne in pianissimo, delicatamente, sommessamente… un pò di luce fa capolino…

l’allegro moderato è un valze sublime, di una bellezza lancinante, leggermente venato di tristezza, come spesso accade in cajkovskij, ma in realtà il colore generale è su tonalità pastello chiare…

l’andante maestoso, quarto movimento, incomincia con un tema abbastanza eroico senza ottoni rumorosi, dignitoso, quasi che il malato iniziale si sia ripresa la sua dignità di uomo… è il tema del fato ancora una volta, tranquillo e rassegnato, qui non c’è più dramma… poi la svolta luminosa, energica dell’allegro vivace, un incedere baldanzoso e militaresco, con ottoni a tutto spiano e sonorità maestose in fortissimo, in cui il tema del fato in tonalità maggiore conduce al finale sovraeccitato e luminosissimo…

strano trionfalismo, quasi sforzato… dopo un inizio così disperato, sembra esserci qualcosa di indefinibile, qualcosa che non viene spiegato e che lascia un pò perplessi… mi ricorda la conclusione della quinta di shostakovich, in cui il compositore pur nelle stringenti ed oggettive difficoltà, sembra essere costretto ad essere positivo e fastoso… un rumore vuoto ed angoscioso, che lascia esterrefatti ed eccitati… l’angoscia consuma dentro il compositore russo, profondamente e inesorabilmente…

ancora stravinskij: “Si rimprovera a Cajkovskij di essere tedesco. Che storie! Per caso, lo si confonde col grande pianista russo Anton Rubinstejn? Cajkovskij non è soprattutto un melodista? Non lo sono certo i tedeschi, che confondono la melodia col tema”.

l’incisione della chandos è stratosferica nel ricreare l’insieme orchestrale, con uno speciale riverbero della sala di incisione che non pregiudica l’intelleggibilità delle varie famiglie strumentali e l’interpretazione di jansons è veramente intensa, valorizzando il patetismo grondante di cajkovskij con un andamento sempre spedito, anche nei momenti di cupo arrovellamento interiore…

buon ascolto.

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